BUEN CAMINO. Con l’attesissimo film di Checco Zalone tornano alcuni temi cari alle commedie di Zalone, dal viaggio rocambolesco al confronto ricchezza-povertà, ma anche lo scontro generazionale. Quella di Checco è una vita agiata e comodissima e non potrebbe essere altrimenti visto che è il figlio unico di Eugenio Zalone, un ricchissimo produttore di divani. Spiaggiato in piscina nelle sue ville lussuose, un numero imprecisato di filippini a servizio, una giovanissima modella messicana come fidanzata, vacanze sul suo yacht in compagnia di amici con i quali condivide la passione del non voler lavorare; si direbbe una vita davvero invidiabile visto che non gli manca niente, ma proprio niente. Anzi no. Qualcosa gli manca. È la figlia minorenne Cristal, chiamata così in onore delle famose bollicine francesi, scomparsa all’improvviso senza lasciare traccia. Chiamato d’urgenza a Roma dalla ex moglie Linda si ritrova per la prima volta ad affrontare le responsabilità della sua paternità provando a cercare la ragazzina, compito parecchio complicato visto che di Cristal e della sua vita non sa assolutamente niente.
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In programmazione al Garibaldi la prossima settimana anche Primavera. Cecilia è un’orfana che la madre ha affidato all’istituto dove ha imparato a leggere, scrivere e soprattutto suonare uno strumento musicale, nel suo caso il violino. Le musiciste più dotate dell’orfanotrofio si esibiscono in pubblico dietro ad una grata perché non possono farsi vedere in volto, e sono di fatto prigioniere finché non vengono date in sposa a qualche pretendente. Quando la loro offerta musicale subisce la concorrenza di un gruppo parallelo, le ragazze vengono affidate alla guida di un prete di grande talento, si tratta di Antonio Vivaldi. E Vivaldi intuisce in Cecilia un talento simile al proprio, e un’analoga passione per la musica. Il rapporto esclusivo e ambivalente tra Cecilia e il suo maestro catalizza una trama che verosimilmente evidenzia il coraggio, il talento e la spregiudicatezza di una giovane donna chiamata a liberarsi ad imposizioni e soprusi di una società profondamente patriarcale, simboleggiata tanto dal rigido microcosmo dell’orfanotrofio quanto da un Vivaldi dominante e ambiguo. Un vera sorpresa di film.